La Rivista - Anno 2005
 
 

D’hoeji - d’oamedi
La fienagione

IMELDA RONCO - MICHELE MUSSO

Niel: “Miejen. i Njil”Sedi invernali e poderi di fondovalle, prati da fieno e abitazioni estive, alpeggi, dai più bassi fino a quelli in alta quota, e infine prati da fieno “selvatico”, spesso lontani dai fienili di fondovalle e dei mayen, i schelbiti (corrispondente al termine romanzo mer, patois di Gaby mjir) da falciare con la meola: imposero per secoli alla comunità d’Issime un movimento lungo una linea verticale caratterizzato da un’estrema accelerazione ed un massimo d’espansione sul territorio, per usufruire delle risorse naturali, nei quattro mesi estivi, da giugno a settembre, in giorni scanditi da un calendario secolare, tra riti e usanze. Prova ne è l’espressione “Beerg ouf beerg ab, njimer an guten tag, noch am Uaschtre sunnatag noch am Wittag” - Su e giù dal mayen, mai una giornata di tregua, né il giorno di Pasqua né il giorno di Natale.

In seguito all’abbandono dei beerga, a cavallo fra il XVIII e il XIX secolo, come insediamento permanente, e con il trasferimento di molte famiglie al piano d’Issime, si impose una nuova forma di sfruttamento della terra fondata su di un ciclo più complesso che vedeva la famiglia spostarsi durante l’anno a soggiornare via via alle diverse altitudini, in un territorio che per le sue caratteristiche morfologiche più si sale, più si apre. Ciclo che si concludeva per Natale quando dai beerga si scendeva al piano per trascorrervi il lungo inverno e aspettare un’altra primavera.


     


Niel: Gien d’chroutiti i NjilIl lavoro della fienagione si articola in momenti fissi: il taglio dell’erba (forma verbale miejen), l’essiccazione per trasformarla in fieno ed il relativo rivoltamento (f.v. chieren um), la raccolta (f.v. rechun - moadun - oarvulun - vassun), il trasporto (f.v. troan i) e la conservazione nei fienili (f.v. stulun i). Un tempo si falciavano anche i prati eegerdi nei mayen beerga e i prati magri di monte schelbiti e quelli di proprietà comunale almini.

La fienagione avveniva da giugno ad agosto. Molte famiglie possedevano più fondi prativi posti ad altitudini differenti, che permettevano di organizzare il lavoro partendo dai prati più bassi matti nel fondovalle, dove l’erba cresce prima, per arrivare ai prati posti in alto nei beerga e quindi nei prati magri incolti. Il taglio dell’erba è un’operazione da ripetere due volte l’anno, rispettivamente il primo taglio hoeji da metà giugno fino a luglio (nel fondovalle e nei beerga), e il secondo taglio oamat in agosto nel fondovalle.

Il taglio è da farsi ‘quando l’erba è matura’ vale a dire quando è ormai completamente fiorita. A Issime si dice, per il primo taglio nel fondovalle: “Z’hoei ischt réifs, wénn d’holdirni blljüschten” - Il fieno è maturo quando il sambuco fiorisce. Al taglio dell’erba contribuiscono tutti i membri della famiglia, anche se l’uso della falce è soprattutto maschile; un tempo, siccome molti uomini erano fuori del paese per lavoro, era abitudine assumere dei falciatori da altri paesi.

“Schochna”Il falciatore, con la falce fianaia seegursu, taglia l’erba formando sulla sua sinistra un’andana moade e quando raggiunge il limite della pezza da falciare, torna indietro ed inizia una nuova striscia (nei prati con una certa pendenza si procede sempre dall’alto verso il basso); “ribatte” hinnerschloan la prima striscia o andana, sospingendo l’erba alla sua sinistra, la seconda andana trovandosi molto vicina alla prima ne forma una doppia dan zwivelte moade. Questa operazione evita che l’erba della prima andana si ammucchi sull’erba non ancora falciata di un prato di altra proprietà, su un muro di confine o su un ruscello.

“Di trüji un d’seil”Nel periodo dei fieni (secondo taglio) la rugiada notturna aumenta, come dice il detto: “Z’oamat mussmu dérre mit dam reche” - Il fieno di secondo taglio si deve far seccare col rastrello, in altre parole si deve voltarlo più volte per farlo seccare bene; il fieno di secondo taglio ha anche una resa più bassa rispetto a quello di primo, sparso sul prato – dopo un giorno di essiccazione – si tende a riunirlo, per comodità e risparmio di lavoro (vedi umrechun di zétti).

La fienagione nei “schelbiti”

Terminata la fienagione nei mayen, verso la fine di luglio primi di agosto le donne munite di falcetto sichju si recavano nei meali prati magri e incolti schelbiti per falciare chroutun l’erba selvatica “erba ollina” vacksu. Molti di questi fondi erano per lo più lontani, poco accessibili e in luoghi rischiosi, di proprietà privata ma anche beni comunali almini, si falciavano un anno sì e uno no. L’erba raccolta in manciate hampfili (con più manciate si otteneva un brunz), ammucchiata per costituire un fascio veschal (legato con due corde) oppure messa in un sacco lljüeschetu, era subito trasportata ai mayen nei pressi della fattoria dove si spargeva per seccare. Per la fienagione nei prati di monte erano spesso coinvolte più donne che si aiutavano reciprocamente nel duro lavoro lécken fümmili.

“Oarvulu”In alcuni luoghi dove la pendenza raggiunge valori alevatissimi, come nei schelbiti sopra Eeru, e dove il trasporto a valle del fieno era un’operazione molto rischiosa, si formava un enorme mucchio e si faceva precipitare nella scarpata machun an trüellji. In alcuni schelbiti non facilmente accessibili e distanti dalle abitazioni dei beerga e del piano, si utilizzavano dei ricoveri sotto roccia chiamati balme per stiparvi temporaneamente il fieno raccolto. A Hoaksch Balmu, in caso di cattivo tempo, si stipava il fieno selvatico raccolto in un schelbit lì vicino detto Hielljejoa, per poi trasportarlo al Beerg di Pressevin o al piano, o come a Balma sur tera sui monti sopra il villaggio del Pra (nei pressi di Uabru Écki nella gola del Trümmiu, lungo il percorso che porta all’alpeggio di Kuali) dove si mettevano al riparo fino a 40 trusse (di circa 15 kg ciascuna) di fieno selvatico [A questo proposito ringraziamo Elena Busso e Eligio Girod per le preziose informazioni].

Niel: “Vassun d’léddi i Njil” - Foto Restelli G.C.Che ogni minimo spazio di erba falciabile era minuziosamente lottizzato e utilizzato è confermato dai molti schelbiti distinti con i nomi di famiglia: Ribulu schelbit, Löisch Matti schelbiti, Gojetsch schelbiti, Schützersch schelbit, z’Dréisgersch schelbit, Juntsch schelbit; altri Galm schelbiti, Bechtulu schelbit, Bröisuschelbit, z’Vacksu schelbit.

Nel fienile dilli le diverse qualità di fieno erano tenute separate. Ogni giorno la razione giornaliera di fieno da somministrare agli animali, era prelevata dal cumulo tagliandola in blocchi, con una lama in ferro innestata in un bastone munito di una staffa troméise. Il taglio della medéna iniziava dalla sommità che si raggiungeva con una scala a pioli. Con le diverse porzioni di fieno wüschjini si faceva un fagotto tuhetu che messo in un telo kürvutu si portava in stalla, se il fienile e la stalla non erano collegati tramite una botola o abbattifieno kannu.


Ultima modifica: 10 gennaio 2006
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