La Rivista - Anno 2005
 
 

L’Apicoltura nella Valle del Lys
Alby, Christille, Christillin e l’amore per le api

CORRADO ADAMO

È con grande piacere che raccolgo in questo articolo gli appunti, la bibliografia, alcuni scritti editi (1) ed alcuni lavori sull’apicoltura della Valle del Lys. Lo ritengo un modo per ringraziare gli apicoltori della vallata che mi hanno seguito ed aiutato fin dal 1981 quando percorrevo per lungo e per largo questa stupenda vallata preparando la mia tesi di laurea proprio sui mieli della Valle del Lys ancora ignaro del fatto che questo territorio ed i suoi uomini furono tra i grandi protagonisti dell’apicoltura valdostana e non solo.

Apiario in produzione su rododendro al riparo del sole, in un lariceto sopra Lillianes

La storia documentata dell’apicoltura razionale (quella tuttora utilizzata) nella Valle del Lys, per quanto ci è dato oggi sapere, potrebbe cominciare così:

Correva l’anno del Signore 1803 quando ad Issime, dal notaio e giudice di pace Jean-Joseph Alby (*Issime il 25 aprile 1773 – 3 maggio 1844) e da Marie Elisabeth Christille di Jean Christophe notaio anch’esso e Giudice di pace a Fontainemore, nacque Joseph Aimé Alby.

[…] Joseph-Aimé, comunemente noto come Joseph, nato a Issime il 26 settembre 1803, fu avviato dal padre agli studi di giurisprudenza. Il desiderio del genitore era di farne un avvocato, perché il giovane era intelligente. Lui però non amava gli studi, preferiva le attività pratiche e non si sentiva portato per le sottigliezze giuridiche né le schermaglie delle controversie. Frequentati i primi due anni all’Università di Torino, interruppe gli studi, e, verso il 1825, trovò un modesto impiego presso l’allevamento di cavalli di proprietà reale, che trovavasi a quei tempi nella tenuta della Mandria a Venaria vicino a Torino. Quivi il capitano di cavalleria in congedo Pierre Christophe Christille, nativo di Issime, allora vice direttore della scuola di equitazione, nonché suo cugino, veterano di molte battaglie del periodo napoleonico, lo prese sotto la sua protezione. Joseph-Aimé preferì dunque dedicarsi a mansioni pratiche e, fra l’altro, all’apicoltura. (2)

Ma non corriamo troppo veloci e facciamo qualche passo indietro; del sig. J.A. Alby avremo sicuramente tempo di parlare.

Grazie alle ricerche dello storico O. Zanolli, leggiamo che nel XIV° secolo l’apicoltura nella valle del Lys era praticata non solo attraverso la raccolta del miele da tronchi cavi ma attraverso la cura dei bugni villici, fossero essi sezioni di tronchi cavi, parallelepipedi o bugni di paglia, raccolti in bugnerecce per essere meglio accuditi..

[…]Parmis les rares témoignages de la culture des abeilles au moyen-âge, mentionnont les suivants. Un acte reçu per le notaire Vercellinus de Vallexia, de Lillianes, du 6 décembre 1321, nous dit que Vulliermin de Brecerio confesse tenir “in commanda secundum bonum usum terre” (ce qui indique un usage général de l’époque) de Martin de Alvonio: “unum vas apium”, qu’il promet de tenir et garder à la condition de pouvoir jouir de la moitié du produit (3)

Il nomadismo, anche di fuori Valle, porta a Gressoney un gran numero di apiari nomadisti durante il periodo estivo

[…] Dans un autre document, nous constatons qu’aussi les seigneurs de Vallaise, à Perloz en 1334, s’adonnaient à l’apiculture, car dans un partage fait entre les frères François, Jean et Bertholin, des biens et maisons qu’ils avaient à Perloz, il rèsulte qu’à Jean revint, entre autres, la petite cour “ubi dicti frates tenebant apes”. (4)

Per trovare altri atti comprovanti lo svolgimento dell’attività apicola bisogna risalire fino alla fine del XVI° secolo. O. Zanolli anche in questo caso ha ritrovato un documento risalente al 1589 che indica come l’apicoltura prosperava nel cantone di Colliour (frazione di Lillianes):

[…] Finalment, dans un acte du 10 mai 1589, reçu par le notaire Jacques Sezian nous apprenons que l’apiculture prospérait au chanton de Colliour; l’instrument relate que “Nicolet de feu Antoine d’Aymo vendit a Pierre de Jacquemin d’Esquinabo 5 botaigi de moches à miel existants au lieu des Costés, en Colliour, sis au-devant de la “crotte” du dit acqéreur, pour le prix de cinq escus monnoye d’Yvré à neufz-florins la pièce” (5).

Il vero e grande passo da gigante per la nostra apicoltura viene però compiuto dall’allora studente Sig. Joseph Alby di Issime, il quale, nel 1833, utilizzò delle arnie orizzontali di sua ideazione provviste di favo mobile per mezzo di portafavo. Questo passo è di importanza fondamentale perché fino allora i favi erano fissati dalle api alla struttura dell’arnia e di conseguenza la raccolta del miele si poteva effettuare solo uccidendo preventivamente le api con vapori di zolfo o comunque allontanando momentaneamente le api per poi asportare in modo cruento parte dei telai con api, cera e covata. Altri apicoltori ancora, quali i Greci fin dai tempi più antichi o apicoltori russi, svizzeri, inglesi, francesi tra il XVII° ed il XVIII° secolo, e molti apicoltori italiani contribuirono con il loro lavoro al passaggio graduale dalla apicoltura rustica a quella a favo mobile ed è quindi corretto evidenziare che anche un valdostano contribuì all’ideazione delle arnie a favi mobili. Ricordiamo invece che in diversi testi del 1851 si attribuisce l’invenzione dei favi mobili a Langstroth (Stati Uniti) e/o Dzierzon (Germania) (6). In quest’ottica penso sia interessante riportare quanto tecnicamente, scientificamente e con grande enfasi patriottica, fu scritto nel 1885, ovvero cinquant’anni dopo i lavori di Alby, nelle pagine del periodico L’Apicoltura Razionale stampato a Firenze. Rileggendo oggi quei passaggi, specie perché scritti da penne non valdostane, a noi rimane l’orgoglio e la consapevolezza di aver contribuito allo sviluppo dell’apicoltura razionale Si tratta di una comunicazione basata anche su testimonianze orali svolta dal Cav. F. Rignon sulla scorta della ricerca svolta da don Diego Giulio relative all’ Arnia Alby. Risulta che

[…] Molto illustre e reverendo Sig. Direttore, dopo tante indagini […] ho il piacere di accompagnarle un arnia Ducale o Alby; un disegno della medesima, ed una descrizione corredata da molti attestati, inviatami l’altro ieri dall’infaticabile Don Diego Giulio. […] Torino, 18 ottobre 1885 Suo devotissimo F. Rignon

San Giorgio Canavese, 20 ottobre 1885
Illustrissimo Sig. Cavaliere, […] questa arnie si dovrebbero considerare senza dubbio come escogitate dal Sig. Alby di Issime (Valle Vallesa: Aosta) […] non sono davvero, come andava dubitando, una copia di quella di Dzierzön, strombazzato inventore del favo mobile, cosa che io pure credei molti anni indietro, quando cioè le veddi per la prima volta nel Parco suddetto: […] “Come appunto dicevo più sopra, seppi dall’attuale custode, che tra l’anno 1830 ed il 1835, l’Apicoltore del Parco di Aglié, certo Cantamessa nativo di Govone (Asti), fu mandato ad imparar meglio l’arte di coltivare le api alla Venaria Mandria presso Torino, e che ivi soffermossi per un mese. Seppi pure che al suo ritorno ad Aglié, il Cantamessa portò seco alcune arnie, che servirono di modello per costruire le altre dell’attuale apiario. Da tale notizia naturalmente nacque in me la curiosità di conoscere il loro autore. A tal effetto mi rivolsi ad un amico dilettante di apicoltura e molto geloso di ogni cosa che ridondi in onore del nostro paese. Egli mi comunicò interessanti notizie sugl’impiegati della Mandria prima del 1840, e dalle quali risulta, che ivi s’impiantò un apiario nel 1833, con antiche arnie tolte dal magazzino dei vecchi attrezzi apistici, e che poco tempo dopo se ne introdussero pure delle nuove, escogitate dal Sig. Alby, Segretario del Vice Direttore (7); e per ciò quelle di Aglié debbonsi chiamare Arnie Alby e non Ducali…

Schema e spaccato dell’arnia Alby o Ducale di Aglié, in uso presso la Mandria, realizzata dal valdostano Alby di IssimeSeguono quindi una serie di documenti che dimostrano ed avvalorano con precisione e dovizia di particolari quanto sopra detto basandosi anche su testimonianze ed interviste dalle quali, tra l’altro risulta che alcune di queste arnie furono vendute da un eremita ad un valdostano nel 1870 come peraltro si attesta che due arnie di questo tipo erano presenti presso la signorina Vercellin di Pont-Saint-Martin alcuni anni dopo. L’ultima testimonianza riguarda l’Avv. Cristillin che in visita ai suoi cugini Cav. Cristille e Sig. Alby, all’Apiario di Venaria, disse:

[…] Mi ricordo benissimo che nelle annate antecedenti al 1841, epoca della mia laurea, avendo avuto ripetute volte occasione di andare da Torino alla Venaria Mandria a visitare il Capitano Cristille, il Sig. Alby di lui Segretario particolare, mi fece vedere in uno dei vari cortili un Apiario composto in parte di vecchie arnie fatte secondo il vecchio sistema, cioè verticali, ed una quantità di altre orizzontali e nuove affatto con scompartimenti in cristallo; di modo che al di fuori e dalle due facciate si poteva benissimo vedere le api ne’ loro lavori, ed avvertire se qualche intruso animale fosse penetrato nell’alveare, ovvero se nell’interno vi fosse qualche disordine o perturbazione, o finalmente qualcosa di anomalo da rimediare, col togliere e col rimettere facilmente quei favi che fosse bisognato, per essere attaccati a delle stecche. Era il signor Alby colui che si occupava esclusivamente della cura di questi alveari. Credo che il signor Cristille suo cugino lo lasciasse libero di agire a suo talento in quell’industria, lasciando a lui pure il godimento del reddito. Mi ricordo pure che l’Alby faceva frequenti escursioni nei dintorni, per conoscere se ci fosse qualche cosa da imparare. Ecco tutto. Mentre, o Illustrissimo Signor Cavaliere, la ringrazio di molte e molte notizie favoritemi su questo proposito, e che facilmente riconoscerà per sue, è con tutta la stima che mi dichiaro
Devotissimo D. Diego Giulio

A completamento della documentazione presentata la redazione ripercorre con enfasi precedenti dichiarazioni di altri illustri ricercatori del tempo e conclude dicendo:

[…] Sì, o Signori germanizzanti, non vi illudete, né vogliate più illudere, poiché l’invenzione del porta favo, e dell’arnia la più adatta al medesimo, è, come vedete, casalinga e non straniera. Ciò lo ripetiamo con superbia e con superbia del nome italiano. Che se poi al di là delle alpi od oltre i mari, trovasi alcun che di rubacchiato nella scienza e nell’industria apistica, e se colà si va menandone da noi vanto come di invenzione loro propria, la storia però madre di verità e di giustizia, sempre vindice e punitrice dell’orgoglio e dell’ignoranza, ora ci viene a ripetere giustamente quello che scriveva il Prof. A.P. a pag. 137 del suo bellissimo sonetto, cioè: Che quel che vi è di buon, tutto è nostrale Gloria dunque all’Italia maestra di ogni nazione in quest’arte; gloria al genio ed allo studio degl’italiani, ma in modo speciale poi a quello del Piemontese (8) Sig. Alby d’Issime nostro connazionale, e vergogna agl’indotti oscurantisti, o servili adulatori dello straniero.
La Redazione (9)

Per concludere il capitolo dedicato a J. A. Alby ricordiamo che:

[…] Non ci è nota la data della sua morte, che non avvenne ad Issime, da dove si era allontanato da diversi anni. È probabile che sia deceduto a Venaria. Né sappiamo se si sia mai sposato. A quanto ci risulta non lasciò discendenza. (10)

Gli apicoltori della Valle del Lys continuano ad essere sempre molto attivi e nel 1938 viene pubblicata una guida pratica scritta dal dott. B. Christillin sempre di Issime e voluta dal Regio Ispettorato dell’Agricoltura per la Provincia di Torino, della quale fece parte la Valle d’Aosta fino al 1926, in cui si dice che ad Issime funzionava il Consultorio Apistico Italiano ed al quale ci si poteva rivolgere per iscritto per eventuali consulenze o per seguire un corso per corrispondenza (11).

Si tratta di una guida di facile lettura, estremamente pratica e precisa, molto attinente all’apicoltura di montagna e che tratta temi di questo ambiente. Questo è il vantaggio di questo libretto rispetto alle pubblicazioni dell’epoca più dedite all’apicoltura mediterranea. Decisamente innovativo, serio e pieno di concretezza che lascia trasparire la conoscenza pratica, e non solo teorica, dell’apicoltura di montagna. Merita di essere letto perché ancora attuale per molti aspetti. Questa non fu la sola pubblicazione del dott. Cristillin poiché già nel 1931 venne pubblicata una prima guida pratica che trattava temi più generali relativi all’apicoltura razionale ed intensiva occupandosi della teoria, delle basi dell’apicoltura razionale, dei possibili problemi e dei relativi rimedi oltre che della conservazione ed incremento dell’apiario nonché dell’apicoltura pastorale o nomade (12).

L’apicoltura e gli apicoltori di questa vallata sono sempre rimasti molto attivi producendo ottimi mieli dai pascoli nettariferi molto ambiti anche da apicoltori di fuori valle ed in particolare delle vicine terre piemontesi. Gli apicoltori residenti nella valle del Lys nel 2004 erano pari a 28 per un totale di 993 alveari a quali bisogna sommare nel periodo estivo altri 827 alveari valdostani oltre agli alveari provenienti da fuori valle portati da apicoltori non valdostani. Sempre nel 2004 vi erano 10 apicoltori a Fontainemore, 5 a Lillianes e a Pont-St-Martin, 3 ad Issime e Perloz, un solo apicoltore a Gaby e a Gressoney-St-Jean. La più alta concentrazione di alveari posseduti, si concentra a Lillianes con 370 alveari, seguita da Fontainemore (343 alveari) e Pont- St-Martin (243 alveari).

Su una superficie territoriale pari a 28.338 ha insistono quindi 1827 alveari di apicoltori valdostani: ogni alveare dispone mediamente nel periodo estivo (senza contare i nomadisti di fuori valle) di una superficie di 15,51 ha di territorio. Rispetto ad una indagine svolta nel 1981 e 1982 (v. nota 13) risulta che gli apicoltori residenti nella valle si sono ridotti passando da 40 a 28 mentre gli alveari sono incrementati passando da 644 agli attuali 993 con tutte le precisazioni sopra esposte.

Ciò risulta in linea con le condizioni generali dell’agricoltura laddove la specializzazione ed il mercato causano una diminuzione costante del numero di aziende con un mantenimento o un aumento, come in questo caso, del numero di capi. Gli apicoltori della Valle del Lys posseggono mediamente 35 alveari a testa contro une media regionale di 15, confermando l’importanza dell’apicoltura locale nel contesto regionale. Questo importante e progressivo aumento si è stabilizzato negli ultimi anni su valori importanti considerando che nel 1981 ogni apicoltore possedeva mediamente 16 alveari.

Si tratta di una valle del tutto particolare anche dal punto di vista climatico, poiché le precipitazioni annue sono quasi il doppio di quelle che cadono nella piana di Aosta il che comporta lo sviluppo rigoglioso di una flora differenziata sia nella fascia del Castanetum che del Piceatum. Dai rilevamenti botanici svolti si è potuto osservare che le piante di interesse apicolo sono circa 300 visitate sia per nettare che polline e propoli rappresentando una ottimo giacimento nettarifero per tutti gli alveari ivi presenti. In effetti anche Prof. B. Cristillin di Issime, nel 1938, citava tra le piante di maggior interesse apicolo il Lamium maculatum, il nocciolo, il salice, il pioppo, il ribes, l’acero, il faggio, il castagno, diverse leguminose coltivate, i vari fruttiferi, il trifoglio bianco, la melissa, il tiglio, la salvia, la menta, l’edera, il rododendro, il mirtillo, l’erica, la sulla, l’erba medica, il tarassaco, il meliloto, il timo serpillo e la lupinella (14), a conferma di quanto sopra dichiarato.

Nei prati e nei pascoli è importante la presenza del tarassaco nel periodo primaverile per rinforzare le famiglie e per l’accumulo del nutriente polline. Le famiglie maggiormente rappresentate sono le Polygonaceae, Rosaceae, Leguminosae, Umbelliferae e Compositae.

Al limitare del bosco e nelle zone abbandonate risultano interessanti le Salicaceae, le Rosaceae, le Cornaceae e le Onagraceae; nei boschi della bassa valle è predominante il castagno che deve lasciare spazio a macchie di tigli, aceri e maggiociondoli sopra gli 800 m. Le diverse specie di Salix, Alnus e Sorbus costeggiano il Lys lungo il suo tragitto. A quote più elevate il rododendro diventa una delle fonti nettarifere principali fino a ricoprire con grandi macchie di color rosso porpora intenso grandi superfici dei due comuni di Gressoney.

Nei mieli della Valle del Lys è possibile ritrovare tutte le tipologie di miele prodotte in Valle d’Aosta : Il castagno monoflorale, con percentuale di polline di C. sativa compresa tra il 90 e il 98% viene prodotto nei comuni di Pont-St-Martin, Perloz e Lillianes. Dopo Lillianes il castagno comincia a scemare fino ad Issime anche se nel territorio di Fontainemore è ancora possibile produrre miele monoflorale di castagno.

Il millefiori di montagna ottenibile sull’intera vallata è prodotto da alveari stanziali posizionati preferibilmente nei comuni di Fontainemore, Gaby ed Issime. Il rododendro monoflorale è possibile ottenerlo a partire dai 1500 circa, comune di Lillianes, fino ai pascoli alti delle due Gressoney con percentuali di polline di rododendro che possono arrivare fino al 60-70 %.

Le produzioni di miele di melata o misti, risultano del tutto irrilevanti pur in presenza di piante potenziali produttrici di melata quali tigli, aceri querce e abetaie; l’ormai elevata professionalità degli apicoltori della valle permette loro di muoversi lungo il Lys e a quote altimetriche diverse producendo preziosi mieli monoflorali senza uscire dai confini della valle a ulteriore conferma di quanto diceva nel 1897 dal Chev. Louis Christillin che ricorda che ad Issime

[…] Les abeilles y donnent aussi un miel excellent. (15)

Un ringraziamento particolare all’Associazione “Augusta” di Issime per avermi offerto l’opportunità di scrivere a favore della cultura apicola “autour du Lys” e per aver fornito i termini in töitschu ed il sig. Eugenio Squindo di Gressoney- St-Jean per aver fornito i termini in titsch.


  1. C. Adamo, 2003. Apicoltura in Valle d’Aosta.
  2. R. Alby “La famiglia Alby : notizie storiche, genealogiche e biografiche della casata. Raccolte e narrate da Renato Alby”, Torino, novembre 1982.
  3. O. Zanolli. Lillianes. Aosta. 1985. pag 362
  4. op. cit. O. Zanolli. pag 362
  5. op. cit. O. Zanolli. pag. 362
  6. Langstroph usò fin da subito il telaino a quattro lati mentre Dzierzön usava solo la stecca superiore alla quale le api attaccavano il nuovo favo e per questo chiamata porta favi.
  7. Cav. Cristille di Issime
  8. La Valle d’Aosta a quel tempo faceva territorialmente parte dello stato Sabaudo
  9. Rignon F. , Giulio D., 1885. Arnia DUCALE d’Aglié, o meglio Arnia ALBY. L’apicoltura Razionale risorta in Italia. Dicembre 1885. Anno I n. 12 pag. 181-187.
  10. op. cit. R. Alby. 1982
  11. B. Cristillin. Come si conduce un apiario ad alto rendimento, Caluso, 1938
  12. B. Cristillin. La vita dell’Ape e l’apicoltura razionale intensiva, Torino, 1931
  13. Corrado Adamo. Tesi di Laurea in Apicoltura. Flora mellifera e mieli della Valle di Gressoney a.a. 1984-1985
  14. op. cit. B. Cristillin., 1938
  15. L. Christillin. La Vallée du Lys, études historiques. J.B. Stevenin Editeur. Aoste 1897 pag. 269

Alcuni termini apicoli nel dialetto
Walser di Gressoney-St-Jean
  Alcuni termini apicoli nel dialetto
Walser di Issime
Italiano Titsch   Töitschu Italiano
affumicatore reiké   béji ape
bottinare goa vòn ein meio en d’andra   briechtschu nido
apicoltore bienò pfleger   béjunuvass alveare
ape bienò   sünkun ronzare
apiario bienòstock   telainh telaio
ammalarsi kerchrange   wacks cera
bugno, alveare bienòhus   pinnju sciame
nido näscht   pinniun sciamare
alveare bienòhus   rauch fumo
ronzare sussò   dschoamulu tarma
telaio gschpann   eier le uova
cera waks   hunkh miele
covata brietetò   norru nutrire
sciame bienòschwarm   fuco fuco
fumo rouch   reinu regina
tarma schabe   wiltun béjini selvatiche (api)
uova eier   bürren da hunkh smielare
miele hòng   schopfji predellino
nutrire cxxfuetrò   tachji tetto
operaia (ape) wéerchbienò   oilljunh pungiglione
fuco bienòmoachtél   nawe wacks cera vergine
pungere stéffò      
regina chénégé      
selvatiche (api) hòngbréeme      
smielare abzie de hòng      
predellino stuel      
tetto tach      
raccogliere il miele zéeme zie de hòng      

Ultima modifica: 18 gennaio 2006
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