La Rivista - Anno 2005
 
 

Isole linguistiche oggi
Ci sono delle prospettive di sopravvivenza culturale?

Luis Thomas Prader

Introduzione

Nel suo libro “Die deutschen Sprachinseln in Oberitalien” l’autore Bernhard Wurzer esprime la sua preoccupazione che le isole linguistiche germaniche starebbero, culturalmente parlando, inesorabilmente scomparendo. È vero o non è vero? Tutte le altre minoranze europee, delle quali fanno parte più di 50 milioni di cittadini comunitari, stanno pure inesorabilmente scomparendo o ci sono ancora degli spazi per conservare e promuovere le proprie lingue e culture?

È difficile dirlo: a mio avviso dipenderà sia da una serie di fatti oggettivi sia dalla capacità delle singole comunità di riuscire a vivere e a gestire la situazione cosiddetta minoritaria.

Le minoranze in Europa oggi

Nell’Unione Europea di oggi si constata l’emergere di clima politico più favorevole verso la problematica delle culture e lingue cosiddette meno diffuse, verso quell’11% di popolazione che usa come lingua materna una lingua diversa da quella ufficiale dello Stato nel quale vive. Questo clima politico più positivo è favorito anche dalla forte presenza di minoranze nei nuovi Stati entrati da poco nella Unione allargata a 25 membri. Certamente, non tutti gli Stati offrono alle loro minoranze un livello di tutela pari ad altri, ci sono dunque degli Stati abbastanza restii ad assicurare qualche livello di tutela e ci sono altri nei quali le minoranze godono di ampie garanzie. È vero, il testo della nuova Costituzione Europea non prevede norme di tutela chiare e specifiche, ma è pure vero che ultimamente il Parlamento Europeo si sta occupando della questione (cfr. rapporto Ebner 2003 – costituzione intergruppo minoranze 2004), e il Consiglio d’Europa ha assunto dei compiti specifici in materia di tutela delle minoranze linguistiche.

Nuova autoconsapevolezza delle minoranze stesse?

Mi pare legittimo porre la domanda su come si collocano le minoranze stesse all’interno di questi nuovi sviluppi: se riescono a sfruttare adeguatamente questo clima positivo, se continuano nel loro piccolo a lottare per la loro identità o se cedono definitivamente alla rassegnazione del “tanto è finita”.

Dalla mia limitata esperienza che ho in materia non mi sembra che la rassegnazione abbia preso il sopravvento. Le tante minoranze stanno sviluppando delle vere e proprie tecniche di sopravvivenza culturale, forse anche per il fatto che si cerca di evitare a tutti i costi di finire in una uniformità linguistica e culturale; più che mai sembra essere viva l’esigenza di sentirsi legati ad una comunità che dia il senso di stretta appartenenza.

Molteplici sembrano essere le tecniche di sopravvivenza: ci si raggruppa in associazioni a vari livelli, europei, nazionali, interregionali, locali; si organizzano incontri di studio per informarsi, scambiarsi idee e conoscersi, si vogliono coinvolgere le molte istituzioni ai vari livelli, si cerca di sensibilizzare politici ed amministratori e si punta molto sulla visibilità verso l’esterno. Pertanto rivestono ruolo centrale i media di ogni genere. In alcuni casi c’è anche del supporto scientifico, quasi sempre proveniente da esperti istituzionalmente operanti all’estero, ma non solo. E c’è infine la scuola, sede istituzionale dove insegnare ed imparare la lingua, e sede culturale dove la lingua può trovare la sede più appropriata per ritrovare dignità e valore.

E la situazione quotidiana?

Per troppo tempo trascurate o addirittura considerate appartenenti a comunità “strane”, anche considerate un rischio per l’unità nazionale, solo ora le minoranze linguistiche ricevono quell’attenzione dovuta. Una politica linguistica imposta, che considerava culturalmente valida la sola lingua ufficiale del rispettivo Stato, doveva lasciare le sue tracce presso tali minoranze. Pochissimi anni fa un amico mi confessava che solo allora non provava più vergogna a usare la propria lingua madre (minoritaria): qui stiamo toccando il ruolo, il valore della propria lingua minoritaria. Lingue arcaiche, come il töitschu e il titsch, rivestono certamente un altro ruolo rispetto alla lingua tedesca in Sudtirolo o la lingua francese in Valle d’Aosta. Ma questo non dovrà significare che per questo ruolo diverso la lingua non deve essere usata. Perché non continuare ad usare la lingua locale in famiglia, tra amici, nel paese, nella vita pubblica e nella chiesa? Perché non continuare a dargli visibilità nella toponomastica, nella segnaletica e nelle altre forme scritte della vita sociale?

Queste mie opinioni da alcuni considerate forse idee oramai superate dai fatti della vita concreta, dove ben altri possono essere i problemi quotidiani, sono da altri condivise. Molto dipenderà dal rispettivo punto di vista: possiamo tenerci la propria madre lingua e promuoverla, possiamo anche farla morire come succede anche ad altre lingue poco diffuse, ma se vogliamo mantenerla, tanto dipenderà dalla scuola.

Può la scuola risolvere il problema linguistico delle minoranze?

Alcuni dei componenti il “Comitato Unitario delle Isole Linguistiche, Storiche Germaniche in Italia”, in occasione del Convegno Internazionale di studi “Il popolo delle Alpi: un dedalo di etnie e di lingue” promosso dalla Fondazione Internazionale Monte Rosa. Alagna 21-23 maggio 2004Personalmente non conosco minoranza che non consideri la scuola fondamentale per la conservazione e promozione della lingua. Pertanto le diverse comunità hanno ideato e sviluppato vari sistemi scolastici. C’è il sistema scolastico dell’insegnamento in lingua, uno tra questi é quello sudtirolese con scuole in lingua tedesca o in lingua italiana. C’è il sistema scolastico paritario, come é quello nella Valle d’Aosta. Abbiamo la scuola dove la lingua minoritaria è insegnata per un determinato monte ore settimanale, ma obbligatoriamente per tutti gli alunni. Ci sono poi delle scuole dove la lingua minoritaria è insegnata a livello facoltativo in alternativa ad un’altra disciplina.

Ci sono poi anche delle altre possibilità, tra cui il tempo pieno ma anche l’insegnamento in corsi extrascolastici. In altre realtà si insegna solo la cultura della minoranza. Una varietà di sistemi di insegnamento dunque. E poi si pongono altri problemi: chi insegna la lingua minoritaria? Ci sono docenti del posto che conoscono la lingua e la cultura? O deve la scuola, in assenza di docenti con titolo, attingere a degli esperti esterni? E poi per le isole germaniche: quale lingua insegnare a scuola? L’Hochdeutsch? Il Töitschu? Tutti e due? Sempre per queste isole: il materiale didattico, di solito è elaborato con il “fai da te”, poiché dal punto di vista economico non è diversamente possibile.

Si capisce che per la scuola non esiste un modello unico ed unitario per tutti, ma una cosa è certa: presso tutte le minoranze si cerca di intervenire sul sistema scolastico esistente, o per migliorarlo o per adeguarlo alle esigenze specifiche, tale è l’importanza attribuitagli.

Considerazioni conclusive

Presso tutte le minoranze ci si lamenta per il calo demografico della popolazione minoritaria e spesso anche per la curva demografica della distribuzione dell’età. Molto spesso sono i non più tanto giovani ad occuparsi della tutela della minoranza, anche se i giovani certamente non mancano nell’impegno per la causa.

La scommessa contro il livellamento e contro l’assimilazione della minoranza alla maggioranza, almeno numericamente sempre più forte, non è facile da affrontare e soprattutto da vincere. Bisogna avere una lungimiranza di ampio respiro, ma soprattutto, come dice il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, in una sua pronuncia sulla tutela delle minoranze linguistiche, una sana autoconsapevolezza di sé.


Ultima modifica: 9 febbraio 2006
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