La Rivista - Anno 2006
 
 

Dan tor dar geissu
Il turno delle capre

UGO BUSSO - MICHELE MUSSO - BARBARA RONCO

Le capre sono animali produttivi e di poche necessità e rispetto ai bovini, a parità di foraggio, producono una maggior quantità di latte. Possono essere nutrite con minor spesa e lavoro, richiedono una minor qualità e una maggior varietà di foraggi, e utilizzano pascoli marginali scarsamente produttivi e diversamente utilizzabili.

Quasi tutte le famiglie possedevano un paio di capre, ed il metodo di allevamento si affidava per lo più alla risorsa collettiva che andava dall’uso dei terreni marginali solitamente comunali ‘almini’, alla conduzione al pascolo; ma anche dalla condivisione, nella stagione morta, di terreni privati.

Questi terreni cosidetti non produttivi, sono zone solitamente scoscese lungo le pendici dei monti, con arbusti e pietrame, là dove l’uomo stesso non si avventura, ed appartengono generalmente al Comune che concedeva il diritto di usufruirne tassando ogni capo condotto.

I terreni comunali sono separati dagli appezzamenti privati da recinzioni, da mulattiere, da terrazzamenti, o, come è il caso di quelli sopra il villaggio di Champriond o del Rickard, da lunghi muri in pietra. Servivano come pascoli collettivi anche per bovini (quando facilmente accessibili), sia in autunno sia in primavera, ma anche in estate per quegli animali che rimanevano al piano. Un tempo ai contadini più poveri era data priorità nell’uso di questi terreni.

Da dicembre, quando si scendeva definitivamente al piano per trascorrervi l’inverno, ciascun villaggio formava la sua mandria ‘troppe’ di capre per condurla al pascolo comune, una volta al giorno. Ogni proprietario ‘particulier’ era tenuto ad impegnarsi nella custodia della mandria, a turno ‘dan tor dar geissu’. Il turno prevedeva un’equa divisione del lavoro impegnando ogni famiglia a garantire un numero di giornate lavorative pari al numero di capi posseduti ed avviati al pascolo comune.

Ogni villaggio aveva diritto su una determinata porzione di territorio comunale, generalmente: Seingles superiore, sulla zona detta Fei, e come per Pioani, Seingles inf., Varellji, su tutta la zona verso Pirubeck; Tunterentsch, sui territori sopra Fontaineclaire; Champriond, sui beni comunali sopra la frazione; Pra, sui beni comunali sopra la frazione, nelle zone dette Sappil e Écki; Réivu (Riva), Kruasi (Crose), Rollji (Rollie), Rickurt, sul territorio a confine con Rollie superiore sopra il Fei, verso Bel Krecht krüpp, lungo la mulattiera per il vallone di San Grato “Birriuku” e nella zona detta d’Wasseri; Duarf generalmente sui beni comunali sopra i villaggi di Grand Champ e Cugna.

Gli animali erano fatti uscire se il suolo “era terreno”, cioè se non era ricoperto di neve, e richiamati verso sera per servir loro un fagotto di fogliame (foglie di frassino, acero, raccolte in autunno sfogliando gli alberi) e fieno. Il turno durava generalmente fino alla tarda primavera, da aprile in poi si pascolava anche lungo i corsi d’acqua dove spunta la prima tenera erba. In estate chi non conduceva un alpeggio dava in affitto gli animali, e, solitamente, teneva una capra ‘zugeiss’ al piano per garantire le necessità alimentari della famiglia. La capra seguiva la propria padrona, quando la famiglia si trasferiva nei mayens per lavorare i campi di segale e patate e per raccogliere il fieno, e ancora quando le donne si recavano nelle praterie di montagna ‘schelbiti’ a raccogliere l’erba selvatica. Tutti avevano bisogno del fieno che nasce spontaneo, non solo le famiglie più povere, per completare il quantitativo necessario per la morta stagione. In estate, inoltre, avendo una capra al piano, si poteva mandare in alpeggio tutte le vacche possedute ed economizzare così per l’inverno il foraggio raccolto. Tutto questo non è da sottovalutare, perché consentiva di mantenere uno o forse due capi di bestiame in più durante l’inverno.

In un sistema integrato di economia alpina, ad Issime per lo meno, in linea generale, il latte vaccino era destinato alla produzione di formaggio “tome” e burro, soprattutto quello estivo d’alpeggio, per il mercato esterno, molto attivo verso il Piemonte, mentre il latte di capra era per il consumo interno. Mantenere le capre voleva dire avere, dalla tarda primavera, dopo la nascita dei capretti, fino ad autunno inoltrato, del latte per i fabbisogni alimentari della famiglia (per la colazione e per preparare la minestra) ed economizzare così sul latte vaccino destinato alla produzione casearia, qualcuno ha affermato: “Si usava il latte di capra per consumare meno burro, per condire la minestra”.

Chi possedeva un certo numero di capre utilizzava il latte per allevare un vitello da macellare in autunno o/e per mescolare al latte vaccino, soprattutto quando quest’ultimo scarseggiava dopo il periodo estivo, per produrre dei ‘formaggini’ (tomette).

L’allevamento caprino, secondo gli studi di economia di montagna, ebbe grande sviluppo a partire dal tardo XVIII secolo e inizio XIX secolo. Per quanto riguarda Issime sappiamo, dal censimento del bestiame della Reale delegazione sabauda del 1782, che, su una popolazione di 1413 persone (era compreso anche Gaby), vi erano 754 bovini e 951 tra capre e pecore, mentre all’inizio del XX secolo, su una popolazione di 800 unità circa, le capre monticate nel vallone di San Grato erano 300 (dagli studi del sacerdote agronomo Monsignor Capra), mentre a metà degli anni ’60 del secolo scorso, su una popolazione di poco meno di 400 individui, se ne contavano solo più una ventina ad Issime e una trentina a Niel, dove, un tempo, se ne contavano 150 più o meno (Raveau. Grenoble, Institut de Géographie Alpine, 1968).

Sappiamo, dalla testimonianza del messo comunale ‘garde champêtre / tschampi’ di allora, B. Linty che nel 1961 un’ordinanza impedì ai proprietari di condurre le capre nei beni comunali per i danni che queste vi arrecavano, anche alle nuove piantine messe a dimora. Il fatto può essere interpretato, non tanto come causa di abbandono dell’allevamento caprino, ma come indizio di diminuita importanza di quest’ultimo nel contesto economico-sociale della comunità anche in relazione al concomitante incremento dell’allevamento bovino e alla relativa attività casearia sempre più rivolta alla nuova risorsa offerta dalla Regione Valle d’Aosta, la Fontina.

L’allevamento caprino ad Issime, per lo meno per il XX secolo, in parallelo alla crescente importanza dell’allevamento bovino, più dispendioso in termini di impegno, è stato una forma estensiva di zootecnia integrata che garantiva un carico di lavoro inferiore con una buona resa produttiva, anche in relazione alla ‘risorsa territorio’ presente nel paese.


Nella foto z’Loeisch Emelleji e Clotildi (Linty) al mayen del Tschachtelljer. Fidèle Marie (*1850†1928) e Geneviève Christine (*1853 †1932) Christellje. Insieme ad un’altra sorella Marie Christine (*1862 †1937) detta “La bionda”, aprirono il primo negozio di alimentari ad Issime. La famiglia Christellje condusse per 29 stagioni estive (dal 1860 al 1888) l’alpeggio costituito dai tramudi di Höischer, Tannu, Reich, della casera presso la ‘Grand Pierre’ di Mühni e Rollumattu nel vallone di San Grato, e possedeva i mayen di Tschachtelljer, bruciati il 25 marzo 1945 dalle milizie a servizio delle forze tedesche dopo aver avvistato dei giovani issimesi che vi si erano rifugiati. Marie Christine diede avvio allo scambio, con la vicina Piedicavallo (Valle d’Andorno), fra i prodotti d’alpeggio e pasta, riso, farina e vasellame provenienti, attraverso il biellese, dalla pianura piemontese. Aprirono così il primo negozio di alimentari con annessa osteria ad Issime.

     


Gaby, Issime-Saint-Michel, pastorelli nei pressi dell’alpe Tresinot verso il colle della Vecchia (inizio XX sec.) (g.c. Archivio Baccoli)


Issime, il mayen di Bourinnes nel vallone omonimo. Anno 1908 (g.c. E. Pomati)


(g.c. Archivio Boccoli)


Ultima modifica: 28 febbraio 2007
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