La Rivista - Anno 2006
 
 

La “questione walser” alla luce
di recenti studi su alcune comunità
presenti nella diocesi novarese

di BATTISTA BECCARIA

Alpeggio di “la Matta”, vallone di Niel (Gaby)In questo ultimo anno e mezzo sono stati editi nuovi studi sui Walser, segnatamente in area novarese. Dalla Storia di Rimella in Valsesia (estate 2004), opera collettiva a più mani coordinata da Augusto Vasina, docente emerito di Storia medioevale all’ateneo bolognese (1), a quella più recente di Macugnaga, ultima fatica monumentale (è il caso proprio di dirlo, tenendo conto delle oltre 1000 pagine complessive) dello storico dell’Ossola professor don Tullio Bertamini (2). La questione walser è balzata di nuovo alla ribalta proprio per questi nuovi apporti, che hanno messo in discussione non tanto opere precedentemente editate e di riconosciuto rigore scientifico, ma per una rinnovata impostazione data a questi studi recentissimi. Meno “celebrativa” forse, e in compenso più attenta alla storia minimale ed “événementielle”, come la definirebbero gli studiosi francesi della scuola delle “Annales”. Chi sono questi teutonicos (più raramente alamannos) dei documenti d’archivio, solo da una manciata di decenni di tempo assurti a “Walser” (forse sarebbe stato meglio un meno altisonante e comprensibile “vallesani”): sono i nuovi “civilizzatori delle Alpi”, come certa storiografia li ha dipinti, “fondatori di insediamenti toto coelo nuovi d’alta quota”, inventori ingegnosi di tecnologie per la sopravvivenza in climi proibitivi e al limite dell’umana capacità? O magari anche qualcosa di tutto questo, ma soprattutto degli “emigranti”, non si sa bene poi se emigranti volontari o forzati ad esserlo malgré eux. Insomma, senza voler essere dei dissacratori di “miti ben sedimentati” nella storiografia walser più accreditata, non potrebbero essere costoro l’equivalente odierno dei nostri cosiddetti “extracomunitari” in cerca di una vita se non proprio migliore almeno meno grama e amara di quella delle loro terre d’origine? L’ipotesi era già stata espressa da più d’un autore nella Storia di Rimella e condivisa dallo stesso curatore e coordinatore del volume, Augusto Vasina, oltre che stimato accademico del Medioevo, walser rimellese indubitabilmente “doc”, essendo i Vasina già attestati a Rimella da documenti molto risalenti.

Interno della cappella di San Nicola al villaggio del Biolley (Issime, vallone di Tourrison)Chi scrive, medievista con interessi più specifici per il Novarese e il V.C.O. (Verbano Cusio Ossola), e storico della Chiesa gaudenziana, si chiama volentieri fuori dal novero dei cosiddetti “storici dei Walser”, non essendo un esperto di tali questioni e avendo in passato rivolto i suoi interessi specifici altrove. Ciononostante, proprio in veste di storico della Chiesa novarese, ha avuto occasione di cimentarsi due o tre volte coi documenti dell’archivio vescovile su temi di “storia ecclesiastica walser”. Una prima volta a riguardo de Le origini della Comunità ecclesiale di Campello Monti e della sua chiesa (secoli XV-XVIII) (3).

Una seconda, a proposito della storia di Rimella Valsesia, con un saggio introduttivo su L'organizzazione ecclesiastica della Valle Sesia fino all'episcopato di Carlo Bascapè (4). Ed ex professo, sempre nella stessa opera, ma nella prospettiva più ampia di tutte le comunità walser comprese dentro i confini della diocesi novarese, in altro saggio riguardante Il vescovo Carlo Bascapè e i Walser del Novarese (1593-1615) (5). Inoltre, lo stesso autore, studiando l’imponente fenomeno stregonico in periodo controriformistico sulla catena alpina della Valsesia e, soprattutto, dell’Ossola, tratto alpestre di pertinenza della diocesi gaudenziana, trattando di paesi coinvolti nella “Grande Caccia alle streghe” d’Età moderna (in diocesi di Novara il culmine va posto fra il 1575 e il 1620 circa) viene spesso a incontrare comunità walser o comunità a queste contigue.

E viene a scoprire, quasi con meraviglia, come l’immaginario collettivo che sottende la visione del mondo di queste streghe e di queste comunità sia perfettamente ravvisabile e rintracciabile nei miti walser raccolti per l’Ossola da Renzo Mortarotti (6). In alcuni saggi come Le streghe di Baceno (1609-1611) (7), o come Inquisizione e stregoneria a Novara tra Cinque e Seicento (8), pubblicato quest’ultimo nel secondo tomo della recente “Storia della provincia di Novara”, o ancora in Inquisizione episcopale e Inquisizione romano-domenicana di fronte alla stregoneria nella Novara postridentina (1570-1615). Un confronto e un giudizio storico, in fase di pubblicazione imminente sulla rivista di Storia della Chiesa novarese (9), appaiono qua e là squarci di vita reale di queste comunità, ai margini del consorzio civile della pianura (sprovvista, quest’ultima, di streghe e stregoni), che fanno capolino durante gli interrogatori, sia pur molto stereotipati, dei processi inquisitoriali sull’argomento. E allora appaiono alcuni di questi villaggi montani con le loro miserie, coi sospetti quotidiani fra vicini di casa, con le faide paesane tra famiglie, e balza all’occhio una mentalità ancora fondamentalmente magico- animistica nei confronti dei fenomeni della natura e dei meccanismi che regolano il corpo umano, mentalità indubitabilmente prescientifica, ma insieme si evidenziano una cultura e un immaginario collettivo pressoché “pagani” ibridatisi nel tempo con elementi cristiani rimasti in superficie e mai del tutto assimilati, e questo ancora a fine Cinquecento (10).

Rimella, Alpe Pianello. Croce all’entrata dell’alpeggioInizialmente, per tutto il Basso Medioevo e per tutta la prima metà del Cinquecento, la Curia e i Vicari generali della diocesi (che talvolta compiono Visite pastorali pretridentine) ignorano, o forse fingono di ignorare, l’esistenza, o quantomeno il problema, di queste comunità anòmale di lingua tedesca e, quando le pievi valsesiane e ossolane cominceranno a dissolversi in cappelle semiautonome o autonome con un proprio curato (in genere cosiddetto “mercenario” perché stipendiato dalla comunità con contratti a termine o “pro tempore”), non si curano di inviare loro stessi o autorizzare l’ingaggio da parte delle comunità walser di un prete di lingua teutonica, talché i vescovi che verranno dopo il Concilio di Trento rimarranno scandalizzati dal fatto che molti curati usino, per la confessione auricolare in confessionale, come interprete verso i fedeli (più spesso “le” fedeli) di lingua tedesca, un sagrestano bilingue. Solo nel periodo controriformistico, a partire dagli Anni ’80 del XVI secolo, i vescovi dimostrano una particolare attenzione per queste comunità a forte componente teutonica, ma soprattutto o esclusivamente in funzione di un maggior controllo perché le nuove idee protestanti non penetrino al di qua delle Alpi, essendo quella gente di lingua tedesca in grado di capire discorsi, e fors’anche leggere libri, eretici o “infetti”. Ad Alagna un maestro, che leggeva ai suoi scolari libri di Zuinglio e di Lutero in aula, fu processato e insieme a lui furono coinvolti gli allievi medesimi (11). Un parroco di Formazza (Pomatten) fu processato per eresia, avendo contestato la confessione auricolare (12). I pochi eretici processati a Novara furono paradossalmente quasi tutti religiosi e preti, soprattutto fra i più colti e preparati del clero locale. Alcuni di costoro erano in cura d’anime sui confini nord della diocesi, a soli 20 chilometri dal Cantone di Berna o, come accadeva per un paio di parroci antigorini e formazzini (Montecrestese e Formazza) a diretto contatto con fedeli di lingua “todhesca” che per lavoro o emigrazione stagionale andavano avanti e indietro al di qua e al di là del crinale alpino (13). In valle Antigorio dei commercianti bacenesi in contatto per traffici di merci (vino e grano contro formaggi) con i cosiddetti “gatti” (termine per indicare i calvinisti svizzeri) furono processati dal tribunale dell’Inquisizione episcopale novarese (e torturati crudamente) per sospetta frequentazione di persone “infette” d’eresia tra il 1601 e il 1602 (14).

Tutti coloro che in qualche modo erano in grado di capire e di farsi capire dai “todeschi” dei cantoni calvinisti svizzeri furono tenuti d’occhio in modo particolare. I vescovi di Novara istituirono “permessi di espatrio” per commercianti ed emigranti stagionali: veniva loro rilasciato un modulo- formulario che andava compilato da sacerdoti cattolici svizzeri e in cui si doveva attestare, all’atto del loro rientro in patria, che gli interessati avevano frequentato la chiesa cattolica, avevano ascoltato la messa domenicale, si erano accostati ai sacramenti e non avevano bazzicato troppo da presso calvinisti. Appena l’emigrato rientrava, doveva consegnare il modulo compilato al suo curato (15). Il Canton Vallese, in effetti, era rimasto cattolico, ma aperto alla predicazione calvinista. Il vescovo di Novara Carlo Bascapè scrisse anche delle lettere al suo collega vallesano, il vescovo di Sion Adriano di Riedmatten, per convincerlo ad espellere questi predicatori e a vigilare sulle pecorelle sia vallesane che novaresi in trasferta nel Vallese. Ma per gli accordi interni intercorsi tra cantoni svizzeri, di diversa confessione cristiana, la cosa non dovette o non poté avere seguito. Gli stessi “accordi commerciali” fra ossolani e abitanti dei vari cantoni confederati prevedevano reciproca ospitalità per le trasferte di rito al di qua e al di là delle Alpi, ma, mentre per gli svizzeri il problema non esisteva, per l’ossolano che si faceva ospitare da un “gatto” (un calvinista) c’era il rischio, al rientro in Formazza o Antigorio, di ritorsioni da parte dell’autorità inquisitoriale cattolica che lo poteva incarcerare su semplice delazione (16).

Un esperto e ricercato formaggiaio di Croveo d’Antigorio, poi processato, torturato e messo sul palco per l’atto di abiura “rivestito con l’abitello” nel duomo di Novara, aveva candidamente confessato agli inquisitori novaresi che quand’era ad “Aslè” (in Svizzera) andava alla predica del Pastore per evitare la fustigazione, quand’era in “Crovo” d’Antigorio andava a messa, per evitare allo stesso modo denunce e incarcerazione, ma i due curati porzionari di Baceno, su delazione di anonimi, l’avevano “pizzicato” e fatto incarcerare dall’Inquisizione episcopale del presule Bascapè. Il poveretto protestava d’esser buon cristiano, dicendo che, quando era di là, gli pareva meglio esser cristiano a quel modo “de’ gatti”, ma ora, che era di qua, gli pareva migliore “il modo vostro” (cioè degli inquisitori che lo stavano giudicando). Costui faceva parte di un gruppo composto sia da antigorini sia da walser che per lavoro si trasferivano con frequenza nei cantoni elvetici e poi tornavano in Ossola. Il suo imprigionamento provocò una serie di ulteriori arresti di abitanti di Croveo e Baceno che in luglio-agosto compivano fino a sei viaggi di andata e ritorno coi muli nei cantoni svizzeri attraverso l’Arbola e il San Giacomo (17).

Issime, affresco datato 1660 su parete esterna di una casa del villaggio di Rickurt inferiore. Il Cristo rappresentato è trionfante sul dolore. (L’affresco oggi è scomparso)Sembrerebbe poi - ma la cosa andrebbe approfondita con una ricerca meno provvisoria e priva, per ora, di un numero sufficiente di riscontri - che mentre le donne walser (stanziali) conoscevano solo il dialetto teutonico del paese, la maggior parte degli uomini (emigranti stagionali) erano invece bilingui, se non addirittura poliglotti. La popolazione complessiva di queste proto-parrocchie montane in fieri dei secoli XV-XVI, oltre che bilingue risulta mista, italica e teutonica insieme. Emblematico il caso di Macugnaga, recentemente studiato e descritto dal Bertamini, dove non solo la popolazione è bilingue e mista, ma dove il decurionato locale (i “vip”, i maggiorenti, i grandi proprietari, cioè i possidenti di pascoli e di mandrie) sono di ceppo quasi esclusivamente italico e sono italofoni. D’altronde la cosa appare chiara anche da nostre incursioni su carte ecclesiastiche del periodo di episcopato del Bascapè (1593- 1615) dove il presule riformatore postridentino, ritenendo “indegno” un parroco walser di Macugnaga, lo autorizza a confessare solo le persone di lingua teutonica incapaci di comprendere l’idioma italico (in genere le donne appunto) mentre, per la popolazione italica e per quella walser ma bilingue, esige che il confessore deputato per le confessioni pasquali sia il vicino curato di Vanzone d’Anzasca, una comunità parrocchiale indubitabilmente autoctona e italofona. Qualcosa di analogo succedeva nei confronti del parroco di Rimella che, ritenuto invece “ignorante” a riguardo dei casi di morale, doveva delegare a quello di Fobello, comunità italofona, la soluzione di certi “casi riservati” e quindi l’assoluzione di certi suoi parrocchiani walser (18). Anche dal poco che ci è capitato di riscontrare per la Valle Strona a proposito dei rapporti di Massiola con Campello Monti tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento si nota un forte scambio esogamico fra le due comunità. Essendo irriducibilmente rivali con quelli di Forno, i campellesi prediligevano le donne di Massiola (e presumiamo viceversa per i maschi massiolesi), soprattutto poi le vedove, talché un parroco di Massiola aveva imposto una tassa di mariage sulle vedove che lasciavano Massiola per Campello, facendo andare su tutte le furie il vescovo novarese (il cardinal Fernando Taverna) quando questi fu informato dell’abusivo balzello ecclesiastico introdotto a sua insaputa. Le numerose richieste di “dispensa matrimoniale per consanguineità in terzo grado di parentela” che venivano poi richieste dall’una e dall’altra parrocchia ci indicano che il “melange” etnico tra i due paesi era giunto a tal segno che non sarebbe oggi più possibile quantificare se ci fossero più abitanti di origini walser a Massiola o abitanti di origine massiolese a Campello (19). Ma tutte queste osservazioni sono riferibili a periodi molto tardi e casomai possono far pensare che una popolazione walser di etnia pura e non meticciata sia uno dei tanti miti che ancora si vanno perpetuando in àmbito di storiografia walser.

Piuttosto, sotto le vesti questa volta di medievisti, abito che ci va senz’altro meno stretto, vorremmo porre alla riflessione degli studiosi di cose walser, un problema che forse è più specifico e importante di quelli sopra riferiti. Il problema del periodo delle origini del fenomeno migratorio walser da un versante all’altro della catena alpina e poi, all’interno di questo fenomeno, vorremmo soprattutto tentare di dare una spiegazione (che non è certamente l’unica e forse neppure la più importante) del perché, in àmbito novarese (ci limitiamo all’àmbito territoriale che conosciamo meglio), il secolo XIII segni un maximum di insediamenti walser in diocesi di Novara che vengono a sovrapporsi a comunità locali già preesistenti o, come vorrebbero alcuni, che arrivano a “fondarne” altre, soprattutto in Valle Sesia e comunque intorno al Monte Rosa (il monte Bosone in antico, termine italico al pari di alpe) e agli alti passi che collegano varie vallate poste intorno a questo mitico monte walser. Ci pare che siano stati fatti interessanti studi anche sui fattori climatici riguardanti i secoli immediatamente prima e dopo il Mille a riguardo delle vallate, dei ghiacciai, dei pendii, della vegetazione di quelle località che poi saranno toccate dal fenomeno migratorio walser. Pur non essendo noi dei climatologi, discuteremo anche di questo, nei limiti delle nostre poche e scarne conoscenze (Bertamini sarebbe incommensurabilmente più preparato su questi argomenti scientifici di chi scrive). In effetti crediamo che i fattori climatici siano sì molto importanti, ma non decisivi né determinanti per spiegare fenomeni migratori, soprattutto su lunghi o lunghissimi periodi. Abbiamo letto con vivo interesse un denso e dettagliato saggio della prof.ssa Augusta Vittoria Cerutti sulla storia del clima nelle zone del Rosa, pubblicato su questa stessa rivista nel 1977 (20).

Se come ci sembra di aver capito (ma per uno storico è difficile seguire senza qualche fraintendimento il discorso di uno scienziato) attorno al 1000 il clima sarebbe stato favorevole anche alle alte quote e, per di più, le alte creste delle Alpi non avrebbero mai segnato in questo periodo confini tra entità politiche o Signorìe al di qua e al di là dei due versanti (condividiamo appieno quest’ultima annotazione), ci chiediamo perché mai le migrazioni verso, poniamo, il Novarese non siano già iniziate verso il Mille o subito dopo, ma invece tra la fine del XII secolo e soprattutto a partire dal XIII secolo, proseguendo poi nei secoli seguenti con continuità. Proprio prendendo spunto dall’opera di Bertamini su Macugnaga e analizzando meglio alcune sue intuizioni geniali, ma mal espresse o non del tutto portate alle loro più logiche conseguenze, troviamo, esattamente nel periodo delle origini e del sorgere di Macugnaga (non fondata da Walser ma casomai originatasi da una curtis altomedioevale gestita da schiavi casati di etnia italica, come risulta chiaro dalla pergamena) nel corso del X secolo (21), una delle cause socio politiche che due secoli appresso porteranno alla discesa su quel versante di popolazioni vallesane. Il Bertamini è illuminante per il medievista che si voglia accostare a questo arduo e affascinante problema perché, al di là della sua narrazione storica, produce in un secondo volume di soli documenti (nel caso del periodo in questione pergamenacei) una tale quantità di testimonianze di prima mano che permettono al medievista stesso, non solo di giudicare della bontà o meno della narrazione bertaminiana, ma di operare collegamenti direttamente dalle pergamene editate per individuare fenomeni più vasti e da inquadrare in un milieu storico-politico che è in atto in quel momento (secoli XI-XII) in tutto il Novarese, fenomeno non altrettanto presente al di là delle Alpi. Si tratta di un aspetto particolare ma importante e fondamentale della politica messa in atto dai Comuni dell’area lombarda e piemontese, che è correlato da un lato con la perdita di potere e di giurisdizione piena (honor et districtus) dei membri più eminenti della classe feudale sui loro subalterni al di qua del crinale alpino, e dall’altro alla cessazione totale nei primissimi decenni del XIII secolo della schiavitù (o servitù della gleba, come alcuni amano definirla) nel territorio controllato dal Comune, nel caso specifico quello novarese. L’abate del monastero benedettino di Arona permuta nel 999 i suoi ricchi beni posti a Brebbia con la curtis “Vaccareccia” (il nome è già di per sé emblematico delle specificità economiche e di conduzione di questa holding curtense) e le varie alpi anzaschine poste sotto il Rosa, di proprietà della pieve lombarda e della sede arcivescovile milanese, tra cui l’alpe Macugnaga, che darà poi nome a tutto quel complesso di beni, ma solo in seguito di tempo e in conseguenza di una antropizzazione che si originerà dalla curtis medesima, all’atto della sua dissoluzione verso la metà dell’XI secolo. In quell’atto di permuta, insieme a pascoli, boschi, diritti di sfruttamento del pascolo, fiumi, riali (e rogge), ponti e quant’altro vengon compresi e computati in solido col resto dei beni come pertinentiae della curtis medesima dieci schiavi (servos et ancillas, famulos, familiam: sono tutti termini che si equivalgono e connotano lo “schiavo” dell’Alto Medioevo). Si trattava di una curtis i cui mansi (prati, pascoli, boschi, stalle, casere, eventuali mulini, ecc.) erano inquadrati giuridicamente come mansi servili (altre tipologie, vedremo, potevano essere a quel tempo i mansi aldionali e ingenuili) e il complesso era tutto inizialmente indominicatum cioè composto unicamente di pars dominica a conduzione diretta (da parte del Monastero benedettino aronese) attraverso la manodopera degli schiavi e non invece di massaricium cioè di terreni a conduzione indiretta, ovvero attraverso contratti enfiteutici con liberi fittavoli o libellarii (22). Sappiamo che, soprattutto nei grandi latifondi ecclesiastici (a Novara, v.g., i Capitoli canonicali del Duomo, di San Gaudenzio, di San Giulio d’Orta e, in misura minore, di San Giuliano di Gozzano, oltre che le Abbazie di Arona e di Romagnano Sesia i quali - insieme ai Conti di Pombia e ad altri potentati laici, sono anche proprietari di grandi allevamenti di bestiame – sappiamo dunque che gli schiavi sono, ancora nell’XI-XII secolo, presenti massicciamente come forza – lavoro, sia pure affiancati, col procedere dei decenni, sempre più da liberi livellari o da coloni che sono insieme già piccoli proprietari (allòderi).

Di più, mentre i laici hanno meno difficoltà ad affrancare gli schiavi o pro remedio animae o perché reputano più produttivo avere dei dipendenti liberi ma cum obsequio, che sono più incentivati ad apportare migliorìe e ad assumere iniziative interessanti anche per lo stesso proprietario, la Chiesa proibisce l’alienazione dei beni ecclesiastici e, se uno schiavo si può vendere, non lo si può però liberare perché sarebbe come regalarlo, cioè perderlo e quindi rendere un danno all’ente ecclesiastico medesimo. Gli ultimi schiavi novaresi che verranno affrancati nel 1214 sono gli schiavi di Cannero ed Oggebbio sul Lago Maggiore, di proprietà dei canonici della Cattedrale di Novara, ma non sono stati certamente né il vescovo né tantomeno i canonici ad affrancarli, bensì il Comune di Novara (23). L’affermarsi e il crescere del Comune - entità che è nata inizialmente all’ombra del vescovo e della Cattedrale - si sviluppa gradatamente sostituendosi man mano al vescovo stesso nella gestione del potere in città e poi, con la successiva politica di espansione fuori le mura, incorpora giurisdizioni all’interno dei vecchi confini dell’episcopato, inteso come area di influenza e di conquista coloniale della nuova entità comunale a danno degli antichi detentori del potere pubblicistico ormai frammentato e parcellizzato in tante Sigorìe. Conti, Signori, feudalità più in generale, devono sottomettersi al Comune che fa valere su tutti le sue leggi o Statuti. Viene abolita la schiavitù e vengono incentivate le libertà comunali nei borghifranchi dove i rustici, inurbandosi, si possono scrollare di dosso i restanti gravami feudali. In una tale temperie politica i Biandrate, i Da Castello, i Da Crusinallo, i canonici di San Giulio diventano semplicemente dei grandi proprietari di latifondo, di diritti esclusivi su fiumi e rogge (la forza motrice del tempo), di mulini, resighe e follae (l’industria pesante del Medioevo) e di grandi allevamenti di bestiame, ma senza più vere e piene giurisdizioni coercitive sui loro subalterni, che non sono più oramai loro sudditi, ma solamente loro dipendenti. Viceversa consorterie comitali come i Biandrate e i Da Castello (discendenti, entrambi questi rami, dai Conti di Pombia, legittimi detentori del potere fino almeno all’XI secolo su tutto il Novarese), che con matrimoni e compere avevano acquisito proprietà e giurisdizioni al di là delle Alpi, soprattutto nel Vallese, poterono esercitare in quell’àmbito, dove la civiltà comunale non si era ancora diffusa e imposta, lo jus hominescum sui loro soggetti, che quindi rimanevano sudditi a pieno titolo, e i medesimi Signori poterono valersi di un honor et districtus ancor integro, pienamente in vita e realmente applicabile nei loro feudi transalpini. Fu così che, non potendo più “distringere” (obbligare) gli ex sudditi novaresi, ma potendo esercitare l’honor et districtus sui loro homines vallesani, quei Signori utilizzarono nell’àmbito dei loro possessi novaresi proprio i sudditi vallesani anche al di qua del crinale alpino. Questi Walser vennero in pratica a sostituire i vecchi schiavi dell’Alto Medioevo, schiavi che, col passare del tempo, si erano sempre più stemperati verso una servitù della gleba maggiormente blanda, dove liberi e schiavi venivano a formare una classe quasi indifferenziata di semiliberi (o semischiavi), fino a poter raggiungere poi la completa libertà coll’affermarsi del Comune.

Ma poiché, al di qua delle Alpi, dopo un certo periodo di residenza, anche questi sudditi vallesani avrebbero potuto affrancarsi totalmente alla stregua degli ex dipendenti novaresi, li attirarono con vantaggiosi contratti quasi di “pariage”: fu così che, nel pieno vigore dell’Età comunale - la quale cancellò anche il vivere secondo la legge longobarda, piuttosto che secondo quella salica o quella romana - omologando tutti a cittadini viventi sotto l’unico Statuto del Comune, iniziò una massiccia emigrazione di popolazioni walser dalle Alpi svizzere verso i versanti italiani, le quali vennero ad occupare i posti lasciati vacanti prima da sudditi schiavi e poi anche da quelli liberi, ma impiegati dai loro padroni e Signori su terre particolarmente ingrate.

Uno studioso di prim’ordine dei Walser novaresi, come Paolo Crosa Lenz, sempre su Augusta del 1979 (24), in un lucido articolo sulle origini della comunità alamanna di Ornavasso, narra una leggenda illuminante che tenta “miticamente” di spiegare l’arrivo di quella popolazione d’Oltralpe. Il paese di Ornavasso sarebbe stato fondato da sette famiglie fuggite dal Vallese per sottrarsi alle “angherie” di un feudatario. Tale mito cosa può rappresentare ed evocare altrimenti se non il ricordo ancestrale di una popolazione che aveva subìto, in un passato neppur poi lontano, le “anghariae”, cui erano soggetti schiavi e servi della gleba tra alto e basso Medioevo, da parte di un Signore (un Da Castello?) che esercitava lo jus hominescum (definito più comunemente ed esattamente nei documenti pergamenacei medioevali honor et districtus) su una popolazione a lui completamente subordinata mediante una sudditanza totale e incondizionata? Questi uomini (le sette famiglie), venendo al di qua delle Alpi sotto la giurisdizione del Comune, si erano così potute emancipare da un potere coercitivo quasi assoluto. Ricordiamo che anche in Francia la servitù della gleba fu in vigore fino al XIV secolo, mentre l’Italia dei liberi Comuni aveva già portato la libertà ai servi fin dal XII secolo (25)! Queste poche note, tratte perlopiù da nostri studi (si vedano le ricorrenti e preponderanti citazioni da nostre svariate ricerche, che nulla hanno avuto originariamente a che spartire direttamente con la storia dei Walser), non vogliono certo proporsi come la spiegazione delle origini del fenomeno walser sul versante italiano delle Alpi: intendono, invece, solo e soltanto offrire al lettore degli spunti di riflessione alternativi a un tipo di storiografia “mitica” e direi quasi “trionfalistica” che si è affermata fin qui a riguardo di questa popolazione. Il merito di queste nostre proposte di ulteriore, pacata e serena riflessione va anzitutto a Tullio Bertamini e alla nutritissima trascrizione di pergamene medioevali da lui approntata in numerose sue opere (che riguardano non soltanto i Walser), la qual trascrizione ci ha dato modo di farci un’idea “nostra” (fondata sul documento d’archivio) circa la querelle in corso tra esperti di questioni walser. E in secondo luogo al professor Augusto Vasina che, con la sua recente Storia di Rimella, ha permesso che si desse il “la” a queste voci un po’ fuori dal coro comune. Spero che il dibattito in corso dia un apporto ulteriore alla ricerca sin qui condotta da numerosi validissimi studiosi. Per quanto ci riguarda, vorremmo portare, nell’anno che verrà, un modesto contributo a questa bella rivista che ci ha voluto ospitare, con una ricerca presso gli archivi ecclesiastici della Valle d’Aosta, in primis quello vescovile, per verificare in sede di Storia della Chiesa se ci siano anche a Issime o a Gressoney fenomeni controriformistici particolari, che si riferiscano a tali comunità walser, del tipo di quelli riscontrati per la diocesi di Novara.


  • 1 AA.VV., Storia di Rimella in Valsesia. “Alpes ville comune parochia”, a cura di A. Vasina, Borgosesia 2004.
  • 2 Tullio Bertamini, Storia di Macugnaga, vol. I: (Esposizione storica); Storia di Macugnaga, vol. II: (“Appendice dei documenti”), Parrocchia di Macugnaga, Macugnaga-Verbania 2005.
  • 3 Battista Beccaria (s.v. Giovan Battista), Le origini della Comunità ecclesiale di Campello Monti e della sua chiesa (secoli XVXVIII), in “Campello e i Walser”. Atti del Settimo Convegno di Studi (7 agosto 1999), Walsergemeinschaft Kampel, Campello Monti 2000, pp. 31-64.
  • 4 Battista Beccaria, L'organizzazione ecclesiastica della Valle Sesia fino all'episcopato di Carlo Bascapè, in «Storia di Rimella in Valsesia. “Alpes ville comune parochia”», a cura di A. Vasina, Borgosesia 2004, pp. 103-119.
  • 5 Battista Beccaria, Il vescovo Carlo Bascapè e i Walser del Novarese (1593-1615), in «Storia di Rimella in Valsesia. “Alpes ville comune parochia”», a cura di A. Vasina, Borgosesia 2004, pp. 123-146.
  • 6 Renzo Mortarotti, Il mondo leggendario dei walser dell’Ossola, in “Novarien.” N. 9 (1978-1979), pp. 275-325.
  • 7 Battista Beccaria (s.v. Giambattista), Le streghe di Baceno (1609-1611). Le ultime sacerdotesse di una religione pagana sopravvissuta sui monti d' Antigorio, in “Domina et Madonna. La figura femminile tra Ossola e lago Maggiore dall'antichità all'Ottocento”, Mergozzo 1997, pp. 111-193.
  • 8 Battista Beccaria, Inquisizione e stregoneria a Novara tra Cinque e Seicento, in "Una terra tra due fiumi. La provincia di Novara nella storia", vol II: L'età moderna, Novara 2003, pp.
  • 9 Battista Beccaria, Inquisizione episcopale e Inquisizione romano-domenicana di fronte alla stregoneria nella Novara postridentina (1570-1615). Un confronto e un giudizio storico, in fase di pubblicazione su “Novarien.” N. 34 (2005).
  • 10 Battista Beccaria, Credenze, superstizioni, ritualità nelle valli della Diocesi di Novara fino al XVI e XVII secolo, in Atti del Convegno «Donne di montagna, donne in montagna» - Varallo Sesia (Vc), Centro Congressi di Palazzo d'Adda (19-20 ottobre 2002), ora in "de Valle Sicida" N° 15 (2004).
  • 11 ASDN – Foro ecclesiastico; 2 – Libri e registri; 6 – Criminalia (1576-1583), 94r-95v.
  • 12 ASDN - Actorum Curiae, IV, 1, 52 (1576). L’ episodio è pure riportato in Tullio Bertamini, Luci su Croveo. Appunti storici, in “Oscellana” XXIII – 3 (1993), pp. 161-191. Interessante sapere che il curato di Formazza, don Stefano De Giuli, viene inquisito nel 1556 per le sue affermazioni chiaramente luterane soprattutto sulla Confessione auricolare.
  • 13 ASDN - Actorum Curiae, IV, 1, 76 (1569). Un altro curato ossolano, don Stefano de Quirico di Lomese, curato di Montecrestese in Valle Antigorio, negava la reale presenza del corpo di Cristo nell’Eucarestia. Costui era in stretto contatto coi curati formazzini e con suoi parrocchiani che si recavano periodicamente nei cantoni elvetici.
  • 14 ASDN – Foro ecclesiastico; 2 – Libri e registri; 5 – Libri Constitutorum in causis fidei, (1596-1603), foll. 121r-164v.
  • 15 Battista Beccaria (s.v. Giambattista), Le streghe di Baceno (1609-1611)…, p. 143, N. 87 e p. 148, N. 98.
  • 16 Th. Deutscher, Carlo Bascapè and tridentine reform in the diocese of Novara (1593- 1615), University of Toronto, 1976.
  • 17 M. Crenna, I modi inquisitoriali nel Novarese, in “BSPN” LXXX - II (1989), pp. 455-491. L’episodio, da noi narrato ne Le streghe di Baceno, è qui raccontato con maggior dovizia di particolari.
  • 18 Battista Beccaria, Il vescovo Carlo Bascapè e i Walser del Novarese (1593-1615), in «Storia di Rimella in Valsesia. “Alpes ville comune parochia”», a cura di A. Vasina, Borgosesia 2004, pp. 123-146.
  • 19 Battista Beccaria (s.v. Giambattista), Massiola tra Cinque e Seicento. Note e documenti per una storia dei primi cinquant'anni della parrocchia di S. Maria di Massiola, Omegna 1994.
  • 20 Augusta Vittoria Cerutti, La storia del clima e delle genti del Monte Rosa, in “Augusta 1977”, pp. 2-16.
  • 21 Tullio Bertamini, Storia di Macugnaga, vol. II: (“Appendice dei documenti”), Parrocchia di Macugnaga, Macugnaga-Verbania 2005, p. 9, documento del 22 giugno 999. Il documento pergamenaceo originale è conservato in A.S.T., Le carte del monastero dei Santi Felino e Graciniano di Arona, cartario non ancora editato. Abbiamo voluto controllare personalmente il documento in questione.
  • 22 Per tutti i problemi e le tipologie di curtes alto e basso medievali del Novarese si può vedere dello scrivente: B. Beccaria, La corte regia di Baraggiola tra la fine del X e il principio del XIII secolo, in “Un borgofranco novarese dalle origini al Medioevo”. Atti del convegno (7 maggio 1994), Borgomanero 1994, pp. 93-103.
  • 23 Non solo i laici, possessori di latifondi, ma soprattutto il clero più ricco e i maggiori Enti ecclesiastici mantennero, per tutto l’Alto Medioevo e per buona parte dell’XI secolo, la schiavitù ereditata dall'antichità romana. Per quest'ultimo secolo (l’XI) e relativamente al Medio Novarese cfr. BSSS, CLXXX-I, doc. VII, 1028, pp. 11-13. Nel 1028 il prete Anselmo acquista dai fratelli Edo e Rotruda alcuni fondi in Sizzano e insieme lo schiavo Adamo e la schiava Rigiza per 100 soldi (5 lire) in buoni denari d'argento (1.200 denari in totale); doc. XX, 1039, pp. 36-37. Il diacono Rimezo di San Giulio nel 1039 vende al suddiacono Uberto, oltre a case e beni che aveva acquistato a Pogno, Agrano e Omegna, anche due schiave, Maria e Richelda,madre e figlia; doc. XXVIII, 1071, pp. 48-49. L’ecclesiastico Giovanni vende a Magno, pure ecclesiastico, tutti i suoi beni di Ghemme e tutti i suoi schiavi, eccetto quattro di essi di cui si riserva la proprietà. I canonici della Cattedrale di Novara possedevano ancora schiavi al principio del secolo XIII nei villaggi di Cannero e Oggebbio, sul lago Maggiore, su cui avevano la Signorìa, esercitando l’honor et districtus anche su tutti gli altri abitanti liberi. Fu il Comune e non la Chiesa ad affrancare i servi dalla schiavitù. Nella zona interessata dai beni della “corte”, prima regia, poi comitale e, infine canonicale (del Capitolo San Giulio d’Orta) di Baraggiola (nel Medio Novarese), la presenza del borgofranco, longa manus del Comune di Novara, aiutò a spazzare via questi residui di feudalesimo arcaico già alla metà dell’XI secolo. Cfr. B. Beccaria (s.v. Giambattista), La corte ottoniana di Baraggiola di Borgomanero (secoli X-XIII). Dissoluzione dei mansi e delle terre vicane tra i secoli XII e XIII, in “Novarien.”, 17 (1987), pp. 69-106.
  • 24 Paolo Crosa Lenz, Elementi di storia e cultura Walser, in “Augusta 1979”, pp. 2-10, e specialmente p. 6.
  • 25 Gilbert Ouy, L’Humanisme et les mutations politiques et sociales en France aux XIVe et XVe siècles, in L’Humanisme français au début de la Renaissance, Colloque international de Tours (XIVe stage), Paris, Vrin, 1973, pp. 27-44.

Ultima modifica: 7 marzo 2007
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