La Rivista - Anno 2006
 
 

La Valle dell’Alleigne, a Champorcher
Un SIC (sito importanza comunitaria) da tutelare e da valorizzare

di FAUSTA BAUDIN - MASSIMILIANO SQUINABOL

La valle dell’Alleigne (più comunemente nota come Valle della Legna) è stata da qualche anno inserita dalla Comunità europea, dal Ministero dell’Ambiente e dalla Regione Valle d’Aosta tra i siti di importanza comunitaria, per la straordinaria ricchezza e varietà della flora. Questa eccezionale varietà è dovuta alle sue “particolarità geologiche e climatiche che giustificano l’interesse suscitato in alcuni fra i maggiori botanici che hanno esplorato la Valle d’Aosta. Dal punto di vista geologico il solco della valle insiste sulla linea di contatto fra il complesso piemontese dei calcescisti con pietre verdi e il complesso degli gneiss minuti della zona Sesia Lanzo”1. Gli autori dell’interessante articolo da cui sono state tratte queste righe, i tre botanici Maurizio Bovio, Franco Fenaroli e Pietro Rosset, hanno reperito, durante un’escursione effettuata il 13 luglio 1986, che ricalcava i percorsi effettuati da altri illustri botanici molti anni prima (L. Vaccari tra il 1901 e il 1904 e H. Guyot nel 1924 ), nel solo ristretto spazio del col Santanel, alla testata della valle, una sessantina di specie vegetali e ne hanno reperite moltissime altre lungo tutta la zona esplorata. Tra le specie citate ve ne sono alcune molto rare, come la Minuartia lanceolata (unica stazione valdostana nota di un endemismo delle Alpi occidentali) la Cortusa matthioli (in Italia presente solo in pochissime località alpine) la Campanula excisa, la Saxifraga purpurea, la Limnea borealis (relitto glaciale).

Ma la valle dell’Alleigne presenta anche altri aspetti di grande interesse dal punto di vista dei segni della presenza umana nel corso dei secoli.

UN PO’ DI STORIA

L’ALLEVAMENTO
Gli alpeggi che costituiscono la valle propriamente detta dell’Alleigne – Monpey, Raverette, Ourti, Vercoche, Sant’Antonio, Chavana, Peroisa, Chenessy – insieme ai vicini alpeggi di Trome, Borion e Volseri (sulla destra orografica del torrente Alleigne), sono conosciuti e frequentati non solo dai contadini locali ma anche da pastori della piana canavesana fin dal Medio Evo, quando per accedervi essi dovevano pagare una sorta di “affitto” al conte di Savoia ed ai Pont-Saint-Martin, signori della valle di Champorcher. Fin da allora greggi di pecore e mandrie di vacche da latte trascorrevano l’estate su questi pregiati pascoli, permettendo la produzione di eccellenti formaggi. Molte abitazioni rurali, con le annesse stalle e cantine per la stagionatura dei formaggi esistono ancora, altri sono crollati o stanno rapidamente deteriorandosi. In alcune località si possono scorgere tracce di rus, le antiche canalizzazioni dell’acqua per l’irrigazione.

Il pianoro di Sant’Antonio

LA METALLURGIA DEL FERRO E IL CARBONE DI LEGNA.
Nel Seicento e Settecento a Vercoche si estraeva il ferro che veniva poi fuso nel forno di Ourty, di cui oggi si intravedono ancora i resti. Pare che qui siano state fuse alcune parti strutturali in ferro della chiesa parrocchiale, rifatta nel 1728. Per far funzionare questo forno (detto "alla bergamasca") e in seguito la fonderia di Pontboset, era necessario disporre di grandi quantità di carbone, ottenuto tramite la trasformazione di diverse essenze legnose su appositi spiazzi, ancora visibili in molti luoghi. Alcuni resti del forno di Ourty, con l’annesso incavo scavato per lavare il minerale dalle incrostazioni di terra, si possono ancora individuare, sebbene ormai quasi ricoperti dalla vegetazione.

LA STRADA E IL COLLEGAMENTO CON LA VALSOANA.
Su questa magnifica mulattiera, e su quelle dei vicini valloni di Dondena e Laris, passavano fin da tempi ancor più remoti, oltre a pastori transumanti, carbonai, boscaioli, minatori, commercianti ambulanti, stagnini e ramai itineranti che provenivano o che andavano verso la vicina Valsoana in Piemonte e in genere tutti coloro che dovevano raggiungere le valli del Piemonte occidentale attraversando i nostri colli.

LA RELIGIOSITÀ POPOLARE
Anche qui come in ogni paese alpino, la religiosità popolare ha lasciato molte tracce: nel villaggio di Outre-Lève, all’imbocco della vallata, i visitatori sono subito accolti dalla graziosa cappella affrescata con le immagini della Vergine, attorniata dai santi Nicola, patrono di Champorcher (disegnato con una tinozza con tre bambini), Rocco, protettore contro la peste e le malattie contagiose (sempre raffigurato con una piaga sulla gamba e un cane al fianco), Grato, vescovo e patrono della diocesi, ed Antonio, protettore degli animali (rappresentato con un bastone a TAU, in compagnia di un porcellino). Numerosi sono i piloni votivi o “tsapèlén” che si incontrano lungo il cammino. Quello più in alto, situato all’imbocco del pianoro di Sant’Antonio, ospitava una bellissima statua del Santo, risalente al XV secolo, oggi conservata nel museo d’arte sacra nella chiesa parrocchiale. Al suo posto, c’è una copia dell’originale, realizzata dallo scultore Lucio Duc. Altri “cappellini” lungo la mulattiera erano dedicati alla Madonna Nera d’Oropa, cristianizzazione della Terra Madre, e da sempre oggetto di intensa devozione. Anche oggi questa valle, ancora sostanzialmente intatta nelle sue caratteristiche ambientali, è, proprio per questo, meta di numerosissimi escursionisti che, soprattutto tra maggio e ottobre, la visitano apprezzandone, oltre ai fiori, i paesaggi di rara bellezza e la tranquillità che la pervade ancora, la ricchezza di acque e cascate, la varietà degli ambienti (dal bosco di conifere, alla prateria di alta montagna, agli ambienti rocciosi, ai laghi), la presenza di una fauna ancora assai ricca, la pescosità dei laghi e dei torrenti.

IL FUTURO DELLA VALLE DELL’ALLEIGNE
Per questa valle stupenda si aprono possibilità diverse a seconda delle scelte che si compiranno nelle Amministrazioni pubbliche.

UNO SVILUPPO SOSTENIBILE E DUREVOLE
Una possibilità di sviluppo, che mira a mantenere questa grande risorsa ambientale in modo da trasformarla anche in risorsa economica, consiste nel valorizzarla in senso naturalistico, lasciandola intatta e limitandosi a ristrutturare, salvaguardandone le caratteristiche architettoniche tradizionali, le baite e le stalle esistenti, conservando la possibilità di far monticare, come è sempre stato, gli animali (bovini da latte e caprini, essenzialmente) durante la stagione estiva, puntando su prodotti tradizionali di qualità e biologici. Il territorio agricolo dovrà essere sfruttato in modo corretto, non limitandosi al solo pascolo disordinato e intensivo dei manzi, pena l’impoverimento del suolo per l’eccessivo calpestio e sfruttamento del manto erboso. Sempre in ambito agricolo, bisogna riconoscere che alcuni lavori svolti in questi anni da alcuni proprietari di terreni e case a Ourty e Vercoche, tra cui la costruzione di una monorotaia che collega i due alpeggi, la realizzazione di un impianto di irrigazione particolarmente ben integrato nel paesaggio e l’effettuazione di uno spietramento, fatto finalmente con attenzione, mano leggera e criterio, sono un buon Cerastium latifoliumsegno di un possibile sviluppo sostenibile della zona. Si può pensare anche alla produzione di prodotti di nicchia come miele, erbe officinali, piccoli frutti, la cui coltivazione è anche incoraggiata da apposite misure di sostegno da parte della Regione Valle d’Aosta. A quest’attività agro-pastorale possono poi affiancarsene altre, destinate all’accoglienza, al ristoro e all’accompagnamento di turisti nelle numerose escursioni possibili anche nei valloni vicini (eventualmente con l’aiuto di animali da soma per il trasporto dei bagagli, come in altri luoghi si sta già sperimentando con successo). Queste opportunità saranno tanto più reali quanto più l’intero comune e, ancor meglio, l’intera valle di Champorcher punterà su un turismo "dolce", indirizzato a quella fetta sempre crescente di utenti che apprezzano gli aspetti naturali e tradizionali della montagna. In questo senso si sta predisponendo un piano di gestione del SIC, finanziato da fondi comunitari Leader +, ed esteso anche ai valloni vicini di Pontboset, finalizzato alla valorizzazione sostenibile di questa splendida zona, che potrebbe diventare un atout formidabile dal punto di vista turistico. Una scelta di grande respiro (e sicuramente di grande ritorno anche economico per i paesi interessati) che può verosimilmente conseguire da questo studio potrebbe essere per esempio l’ampliamento del Parco del Mont-Avic fino a comprendere sia la valle dell’Alleigne sia gli splendidi valloni della Manda e di Brenve, a Ponboset: si creerebbe così un unico grande parco che inizierebbe da Champorcher, in corrispondenza dell’attuale limite del Parco del Mont Avic, proseguirebbe in quota fino a Champdepraz, all’alta valle di Clavalité a Fénis, a Cogne (Parco nazionale del Gran Paradiso) per raggiungere infine il parco francese della Vanoise e, a sud, questi valloni spettacolari, confinanti con territori di comuni piemontesi che stanno già anch’essi valutando ipotesi analoghe.

UNO SVILUPPO DEVASTANTE
Un’altra ipotesi di sfruttamento di questa valle, di cui da qualche mese si parla, è molto pericolosa e potrebbe provocare danni irreversibili alla natura. Si tratta della possibile realizzazione di una centrale idroelettrica, con annessa pista di servizio lungo l’intero percorso della condotta fino all’opera di captazione a Ourty. È un intervento improponibile per la fragilità del sito, e che distruggerebbe inevitabilmente buona parte di questa vera e grande risorsa: infatti con le opere di cantiere (movimento terra e grandi sbancamenti di vaste aree rocciose, sottrazione di acqua) si rischierebbe di cancellare l’habitat di alcune specie floristiche che fanno di questa valle un gioiello naturalistico, si distruggerebbe la splendida mulattiera, unanimamente giudicata di notevole valore storico e paesaggistico, e si innescherebbero fenomeni di instabilità idrogeologica. Gli autori dell’articolo citato all’inizio di questo scritto auspicavano, in conclusione del loro lavoro, una ricerca sistematica tesa ad approfondire gli aspetti botanici, e più in generale naturalistici della zona, nonché la conservazione della valle nella sua integrità. Questa è una considerazione largamente condivisa da noi e dai moltissimi appassionati di montagna che, sempre più numerosi, l’apprezzano; la speranza che coltiviamo è che anche le istituzioni pubbliche agiscano per preservarla e valorizzarla in modo durevole, respingendo scelte devastanti e irreversibili.


Ultima modifica: 2 giugno 2007
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