La Rivista - Anno 2006
 
 

Il teschio prelevato
dall’ossario del cimitero
Un racconto di Campello Monti

VITTORIO BALESTRONI

Le veglie serali, andà a fà vègia, erano possibili solamente durante il periodo autunno/inverno, quando i lavori dei campi e della fienagione erano cessati. Le superstizioni condizionavano la vita e quindi il tema della paura e del coraggio di fronte all’ignoto erano sempre al centro dell’attenzione, delle sfide e delle scommesse. Mentre nel periodo invernale ogni sera si andava a casa di qualche vicino, una sera da me una sera da te…, nel periodo dell’alpeggio le occasione erano più rare. La distanza tra gli alpeggi e la difficoltà di percorrere il sentiero, al solo lume delle lanterne, riduceva le occasioni a poche volte nei tre mesi passati all’alpe.

LA TESTA ‘D MÖRT ANT L’USARI

D’autün e d’invern quand al besti eru ‘nla stala dal vachi,a gent as trueva un po’ a ca ‘d vun e un po’ a ca ‘d l’aut, par fa gni l’ura d’nde durmì, cuntevu stori ‘dla puira e dal curac. Quand ieru su ‘n l’alp (20 Giugn - 20 Satembar) l’era nuta pusibil parchè la gent duveivu buurà (meta la grema ‘n la pinàgia) e mungiar al vachi, regulè al lac e paragè la ceina. Intant a gneva nöc, e andè ‘n lìalp pusè visin cum la lanterna l’era nuta còmut.

Una seira, a l’alp dan Cama, a chi gheiva püsè curac gan dic : “ti gai curac da ‘ndè a Campèl, ‘ntal cimiteri dal Gaby, ‘ndè in l’usari a to su na testa ad mört e purtela an l’alp?”. L’om par fa vogar ch’l’era curagius la toc su la civera e sa ‘nvià ‘n giù. An l’usari la auzà al cuerc, la tirà su la testa ad mört e la mutùa ‘n la civera. A l’alp tüc eru curiùs da vògar s’ l’era andà giù par dabòn o se al gheiva mo la lengua lunga. Fora dal cimiteri, l’om sa ’nvià pare la stra pusè curta, dan ciuma la tera a l’Ãr. Peina pasà l’ultima cà dal pais,a la civera a la vegn püsè greva; al va avanti ma rivà a l’Ãr al fa una pòsa e ‘l varda’nla civera. Al post d’la testa ad mört ghè dint un om an pei ch‘ag dis seri : “tei facla grosa, ma ti sei furtunà chi suma parent, sinò a ‘st’ura ti crapeivi ‘dla puira”. “Fa ‘l brau, turna purtem ‘indrè ‘ndùa ti mai toc su e fa più si robi ‘nlò”. ‘Ntant cl’andeva ‘ngiù la civera la gneva pùsè ligèra e quan clè rivà davànt al cimiteri an la civera gheiva pù m’la testa cume prüma. L’om la mesa turna ‘n l’usari e la dic un Au Maria ad pentiment.

Una sera, all’Alpe Cama, al più coraggioso venne fatta questa proposta : avresti il coraggio di scendere a Campello, entrare nel cimitero del Gaby, andare nell’ossario e prelevare un teschio e portarlo all’alpe? Per farsi vedere coraggioso l’uomo accettò, prese il gerlo, la civera, e si incamminò. All’ossario alzò il coperchio e prelevò un teschio riponendolo nella civera. All’alpe, intanto, tutti erano curiosi di constatare se l’uomo avesse veramente del coraggio o solo la lingua lunga. Uscito dal cimitero del Gaby, l’uomo prende la strada più corta, quella che passa dalla casa in cima del paese e sale all’alpe Orlo (dan ciuma la tera e l’Ör). Appena oltrepassata l’ultima casa di Campello (‘n ciuma la tera), il gerlo, la civera, diventa sempre più pesante. Possibile, pensa, che un teschio possa essere così pesante (leva gnu ‘na carga)? Prosegue, ma giunto all’alpe Orlo, a l’Ör, non ne po’ più. Posa il gerlo su un sasso per riprendere fiato e dà un’occhiata al teschio. Invece del teschio nel gerlo c’è una persona in piedi, che guardandolo dice, con tono di rimprovero: “Tu sei stato fortunato perché la testa prelevata è quella di un tuo parente, perché se non era di un tuo parente tu saresti morto di paura”. “Fa il bravo, riportami indietro, riportami dove mi hai preso, e che sia finita lì. E non fare mai più queste cose”. Ritornando verso il cimitero, man mano che scendeva il peso diminuiva finché all’ingresso del cimitero non rimase che il solo teschio che ripose con cura al suo posto, recitando una preghiera di pentimento.

CONSIDERAZIONI:

Rimella, Alpe Pianello prima della bocchetta (passo) per Campello. Si notano sul pascolo i mucchi di letame per la concimazione dello stesso.Mi ricordo, dice Vittorio, che al Fredo dal Vaud (Alfredo Guglielminetti) mi prendeva per la schiena, alzava il coperchio dell’ossario e faceva finta di cacciarmi dentro. Io vedevo tutti quei teschi che mi “guardavano” e strillavo come un tacchino dalla paura. Mia mamma, Tensi Erminia, diceva al Fredo: “guarda che gli fai venire il …mal brut…”.


Ultima modifica: 5 giugno 2007
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